Con l’aumentare dell’età media aumenta anche il rischio di insorgenza di malattie che sono caratteristiche dell’età avanzata: le demenze, tra cui quella di Alzheimer, sono definibili come un declino delle facoltà mentali, che porta l’individuo a non essere più in grado di svolgere quei compiti quotidiani che prima svolgeva con semplicità. Si tratta di condizioni degenerative per le quali non c’è guarigione: è possibile, tuttavia, gestirne i sintomi e tentare di migliorare la qualità della vita dell’individuo.

Metodo Atelier ® è un metodo innovativo che si basa sull’importanza, per il paziente affetto da demenza, di essere inserito in un ambiente stimolante e arricchito: includere questi soggetti all’interno di contesti strutturati in cui possano ricevere una stimolazione complessa permette di far leva sui meccanismi di neuroplasticità che rinforzano le connessioni tra neuroni, portando potenziali benefici a livello cognitivo (Foscarin et al., 2011; Carulli et al., 201 Spector et al., 2008).


La metodologia di stimolazione cognitiva per anziani nell’Atelier Alzheimer

 

La sperimentazione degli Atelier Alzheimer in cui è stato applicato il Metodo Atelier® nasce grazie al Piano Sanitario 2008-2010 della Regione Toscana, con l’obiettivo di creare un servizio rivolto alle persone affette da demenza che potesse aiutare a rallentare il declino delle funzioni normalmente intaccate dalla malattia.

Lo si può definire “Un laboratorio di stimolazione cognitiva per persone affette da patologia a carico del sistema nervoso centrale (es. demenza di tipo Alzheimer, demenza vascolare, etc.) con sintomi comportamentali e cognitivi manifestati lievi o di media entità, mirato a sviluppare e attuare opportune azioni volte al contenimento dei sintomi ed al mantenimento delle capacità residue dell’utente” (Faralli et al., 2021), che possa quindi attivare e riabilitare l’individuo con demenza, e al contempo fornire al caregiver le competenze utili per proseguire il percorso di cura anche nel contesto della famiglia oltre che nel laboratorio stesso.

L’intervento è modellato intorno alle necessità dell’individuo stesso, anche grazie ad un’equipe multidisciplinare, in modo tale da affrontare adeguatamente la complessità delle patologie legate all’invecchiamento.


Il Team di lavoro in un Atelier Alzheimer

 

In un Atelier Alzheimer operano le seguenti figure:

  • Lo psicologo coordinatore, con conoscenze di psicogeriatria, che si occupa di mansioni quali il primo colloquio con i familiari alla programmazione mensile delle attività, alla psicoeducacazione per i caregiver;
  • Neuropsicologo, che si occupa di valutare il funzionamento cognitivo dei possibili utenti;
  • Animatore, Educatore Professionale o Terapista Occupazionale, che si occupano dell’animazione riabilitativa e della stimolazione cognitiva;
  • OSS o ADB, che a loro volta si occupano delle mansioni di animazione e stimolazione, ma danno anche aiuto per bisogni fondamentali della persona;
  • Musicoterapeuta, per le attività di musicoterapia.

Come accede un utente ad un Atelier Alzheimer

 

L’inserimento negli Atelier si articola come segue:

Il partecipante medio dell’Atelier Alzheimer è, innanzitutto, un soggetto con diagnosi di demenza e con sintomi cognitivi medio-lievi, con assenza di disturbi comportamentali, con mobilità adeguata e senza gravi deficit sensoriali. Un primo colloquio è dunque indispensabile per avere un assessment adeguato di questi aspetti, così come per spiegare al caregiver che le attività proposte all’interno dell’Atelier potranno, poi, essere replicate anche nel contesto domestico.

Le informazioni raccolte tramite l’inquadramento del soggetto permetteranno anche di creare un intervento più personalizzato possibile, tramite la creazione di gruppi omogenei di individui.

Una volta verificata l’idoneità del paziente a partecipare, viene quindi inserito nel gruppo di lavoro, mentre il caregiver viene incoraggiato ad osservare lo svolgimento delle attività e viene anche supportato sia a fronteggiare l’insorgere di problematiche, sia a gestire strategicamente la malattia e migliorare la qualità della vita di caregiver stesso e, di conseguenza, del malato.


La giornata tipo in un Atelier Alzheimer

 

Una giornata tipo nell’Atelier Alzheimer si svolge solitamente durante la mattina, e segue alcune attività precise:

  • Una fase di accoglienza, in cui gli ospiti sono fatti accomodare in modo strategico;
  • Una fase di orientamento, che può essere spaziale o temporale oppure consistere in attività come la lettura del giornale o ripassare i nomi di tutti i partecipanti;
  • Attività basate su diverse funzioni cognitive, che cambiano a seconda della funzione cognitiva da allenare. Possono essere:
    • Animazione riabilitativa, ovvero attività che possono stimolare gli utenti a livello cognitivo ma anche, possibilmente, motorio;
    • Musicoterapia, in cui al soggetto è consentito di esprimere tramite canali non verbali per esprimere emozioni e stati d’animo, creando allo stesso tempo un ambiente vitale e valorizzante. In questo contesto si osserva cosa è più funzionale con ogni individuo, e come ogni individuo preferisce essere coinvolto (cantando, suonando, ma anche raccontando di sé…);
    • Pet Therapy, per migliorare l’umore e le capacità psicomotorie, relazionali e la socializzazione.
  • Una merenda, in cui ogni utente si occupa di un compito diverso (chi apparecchia, chi sparecchia, chi prepara le porzioni…);
  • Un momento di Circle time, in cui ci si mette in cerchio per ripercorrere insieme le attività svolte.

Come si svolge il lavoro nell’Atelier Alzheimer

Dal punto di vista dell’organizzazione, sono previste riunioni di equipe con lo psicologo coordinatore una volta al mese, in cui si discute l’andamento generale e si illustra la programmazione del mese successivo. È compito dello psicologo coordinatore di redigere la programmazione generale, ma è l’animatore o educatore che crea la programmazione specifica sulla base della programmazione generale stessa: sarà poi di nuovo lo Psicologo Coordinatore ad approvarla definitivamente.

Il monitoraggio si effettua anche a fine di ogni sessione, in cui l’Educatore/animatore procede a compilare una scheda di monitoraggio utenti dove vengono anche descritte brevemente le attività. Eventuali problemi critici sono invece riportati in diari.

Come menzionato poco sopra, Atelier Alzheimer prevede anche il supporto ai caregiver, figure che a fronte di una diagnosi di demenza non vengono informate adeguatamente sul decorso della malattia o su strategie adatte ad affrontarne le manifestazioni. Supportare il caregiver e l’ambiente familiare in un momento di ansia e stress, informandolo adeguatamente sulla condizione del soggetto con demenza, significa anche migliorarne la qualità di vita, con benefici che si riflettono sul paziente stesso.


Il Metodo Atelier® si è rivelato molto efficace in questo campo, alleggerendo il carico assistenziale e facendo sentire i caregiver più autoefficaci, più capaci di comprendere la malattia e più empowered. Per quanto riguarda l’anziano, i benefici che ne derivano sono di due tipi: diretti, dal momento in cui partecipare all’Atelier Alzheimer contrasta l’isolamento, migliora il tono comportamentale e permette di allenare le funzioni cognitive per migliorare la qualità di vita; e indiretti, in quanto il benessere del caregiver si riscontra inevitabilmente anche nel benessere dell’anziano.





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Fonti:

Carulli, D., Foscarin, S., & Rossi, F. (2011). Activity-dependent plasticity and gene expression modifications in the adult CNS. Frontiers in molecular neuroscience, 4, 50. ISO 690

Faralli, Alessio & Poli, Elena & Filippelli, Sara & Piccininni, Maristella. (2021). Atelier Alzheimer: un laboratorio di stimolazione cognitiva e sociale. ASSOCIAZIONE ITALIANA PSICOGERIATRIA 3. 37-55.

Foscarin, S., Ponchione, D., Pajaj, E., Leto, K., Gawlak, M., Wilczynski, G. M., … & Carulli, D. (2011). Experience-dependent plasticity and modulation of growth regulatory molecules at central synapses. PloS one, 6(1), e16666.

Spector A,Woods B, Orrell M. (2008) Cognitive stimulation for the treatment of Alzheimer’s disease. Expert Rev Neurother;8(5):751-7.






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