Doll Therapy Alzheimer: un connubio sempre più frequente

 

Si stima che in Italia siano 1.2 milioni coloro che convivono con una demenza: numeri destinati ad aumentare entro il 2040, ove si pensa che le persone affette da questa malattia nel nostro Paese raggiungerà i 2.5 milioni (Quotidiano Sanità, 2021).

Per far fronte a questo fenomeno, è nato un interesse crescente nei confronti di trattamenti non farmacologici, ovvero tutti quei trattamenti che non fanno uso di medicinali ma che sono comunque reputati essere d’aiuto per la gestione e il miglioramento di sintomi comportamentali e psicologici legati alle demenze.

Tra di essi troviamo attività come aromaterapia, arteterapia, musicoterapia o terapie multisensoriali e, recentemente, è cresciuta l’attenzione verso un altro trattamento non farmacologico: la terapia della bambola.

 


La terapia della bambola per anziani

 

La terapia della bambola, o doll therapy, è un trattamento non farmacologico e non invasivo mirato al miglioramento alla qualità della vita del soggetto affetto da demenza, che consiste nell’interazione con una bambola (stringendola, parlandoci, coccolandola, abbracciandola, dandole da mangiare e anche cambiandole i vestiti) (Mitchell, 2014).

Si tratta di una tecnica sempre più diffusa, nonostante la quantità di studi in letteratura stia incrementando solo negli ultimi anni: al fianco di un numero crescente di studi empirici, esistono da tempo diverse testimonianze che parlano dei benefici generali di questo trattamento, descrivendolo come un’attività in grado di ridurre l’agitazione, l’aggressività, i fenomeni di wandering e migliorare l’umore del soggetto così come il suo comportamento e le sue abilità prosociali (Ng et al., 2016).

 


Fondamenti teorici della terapia della bambola

 

Sono state proposte diverse teorie alla base del funzionamento di questa pratica: la teoria dell’attaccamento di Bowlby gioca senz’altro un ruolo da protagonista, con le affermazioni di Miesen (1993) che sottolineano l’importanza di un fenomeno che, contrariamente a quanto si pensi, non è qualcosa che si riferisce solamente alle prime fasi della vita del soggetto.

Al contrario, nelle demenze si ha spesso un “ritorno” al sistema di attaccamento, in quanto succede che si vadano a ricercare figure importanti come il padre o la madre per sentirsi più sicuri in quello che è un momento estremamente confuso e incerto della vita del soggetto.

La bambola può essere quindi qualcosa che aiuta a mitigare lo stress della mancanza della figura di attaccamento, un “oggetto transizionale”, nelle parole di Winnicott (1953) che aiuta l’individuo a separarsi dalla figura di attaccamento primario.


I vantaggi della terapia della bambola

 

Tra i vantaggi della terapia della bambola, infatti, possiamo enumerare:

 

  • Comportamenti aggressivi, agitati e di wandering tendenzialmente ridotti
  • Benefici a livello pro-sociale e comportamentale
  • Minor ansia
  • Più interazioni
  • Migliore orientamento e maggiore esplorazione
  • Umore elevato
  • Benessere generalizzato

(Ng et al., 2016).

 

Tuttavia, è bene ricordare che la terapia della bambola non è per tutti, e che anzi, come tutte le terapie non farmacologiche, improntate spesso sull’individualità, è importante per prima cosa accertarsi che il soggetto con demenza sia ben predisposto nei confronti di questo trattamento.

 


Le indicazioni per l’utilizzo di bambole speciali per malati di Alzheimer

Esistono, per fortuna, alcune raccomandazioni relative all’uso della terapia della bambola in RSA: ne riportiamo alcune, estratte dalle osservazioni di Mackenzie et al. (2006) e Mitchell (2014):

  1. Riferirsi alla bambola con lo stesso nome che il soggetto utilizza per riferirsi ad essa (se la chiama “bambola” si usa bambola; se la chiama “bambino” si chiamerà bambino, e se la chiama con un nome di persona si userà un nome di persona)
  2. Mai togliere al soggetto la bambola senza il suo permesso
  3. Quando si toglie la bambola al soggetto, bisogna dare una valida giustificazione, spiegando dove la si sta portando e quando la si riporterà al soggetto
  4. In alcune situazioni può diventare necessario togliere la bambola al soggetto, soprattutto quando si sta affaticando troppo per perseguire il “benessere” della bambola. In questo caso è utile utilizzare strategie simili a quelle del punto precedente, ad esempio “è dura badare a un bambino, ci penso io mentre tu ti rilassi. Te lo restituisco appena ti sei riposato.”
  5. Se il soggetto vuole portare la bambola a letto con sé è bene permettergli di farlo, eventualmente fornendogli culle e altri oggetti. Se non la porta con sé, è bene lasciarla sulla seggiola che è solito occupare per evitare confusione.
  6. Mai togliere la bambola al soggetto per punirlo
  7. La bambola non deve essere l’unica attività per il soggetto: è bene che l’individuo sia partecipe anche di altre iniziative, o che eventualmente la bambola sia utilizzata per incoraggiare la partecipazione alle stesse
  8. La bambola potrebbe evocare memorie negative: se dovesse succedere, è bene indagare la storia del soggetto e rassicurarlo.
  9. È bene informare la famiglia quando si decide di usare la bambola, rendendola edotta dei benefici che si possono trarre
  10. Bisogna fornire bambole diverse a diversi utenti per evitare la confusione
  11. Le bambole che piangono o che tengono gli occhi chiusi possono creare disagio nel soggetto con demenza, quindi è bene evitarle
  12. Bisogna lasciare capacità decisionale al soggetto con demenza, senza forzarlo ad utilizzare la bambola a tutti i costi ma lasciandola in un posto dove, se vuole, la può prendere
  13. Sarebbe opportuno pianificare tutto ciò che è relativo alla terapia della bambola, in particolare monitorando i livelli di fatica del soggetto
  14. La bambola, quando non si usa, va messa in un posto sicuro, per evitare che il soggetto possa pensare che sia in pericolo.

 

 


La diffusione della terapia della bambola in contesti residenziali

 

La doll therapy è stata utilizzata con successo anche in Italia, con una mole sempre crescente di studi che ne enumerano le qualità e potenzialità.

Tra i vantaggi che abbiamo già enumerato, alcuni studi sostengono infatti che la terapia della bambola in alcuni casi sia utile anche a ridurre il professional caregiver burden, ovvero, il “carico” psicologico e fisico che grava sul professionista che si occupa del soggetto, e che possa essere utilizzata con successo in contesti ospedalieri e casi più acuti.


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